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Vita da Mistress: la sfida di due schiavi sottomessi – 2 Parte


27 aprile 2018 Facebook Twitter LinkedIn Google+ Articoli Blog


Vita da mistress la sfida di due schiavi sottomessi 2 parte

Continua l’opera di sottomissione della nostra Mistress ai danni dei suoi due schiavi, oramai in totale balìa dell’austerità di lei, che gode nel punirli… Ancora una volta la narrazione ci trascina con foga fino all’ultima riga del racconto.

Erano così simili in tutto, che anche la mia scelta sulla macchina da prendere per tornare a casa – tra quelle dei due ragazzi – risultò difficile nei minimi termini. Scelsi quella di Luca, il biondino, se non altro sembrava quella più pulita.

«Che devo fare con la mia macchina…?»

chiese Marco indugiando sul mio appellativo.

«Non è un mio problema, puoi seguirci o puoi lasciare qui quel rottame, basta che ti muovi perché non ho tempo da perdere.»

Il ragazzo dopo poco aprì lo sportello posteriore della macchina e salì alle mie spalle.

«Bene, direi che possiamo andare.» intimai all’altro.

Seguirono minuti di silenzio nel quale potevo vedere chiaramente le rotelline del loro cervello girare; ansie, paure e anche un po’ di eccitazione, ne ero sicura, si alternavano nei loro sguardi pensierosi, e ogni loro emozione era per me fonte di nutrimento per la mia anima peccatrice.

Facevano bene ad essere ansiosi e ad avere paura, e sì, forse facevano bene anche ad eccitarsi, anche se il concetto di “eccitazione” sarebbe stato tutto da rivedere per loro.

Quando la macchina fu in dirittura d’arrivo ripresi di nuovo la parola dopo il lungo tacere:

«Chiamate, messaggiate, mandate segnali di fumo con qualsiasi scusa vogliate, ma da quando metterete piede in casa il primo che esce fuori dal cancello darà all’altro piena vittoria. Chiaro?»

«Sì…»

trascinò il moro che tra i due sembrava il più debole, almeno in quel momento. Gettai un occhio dietro per vedere il suo sguardo e poi un altro al guidatore che invece imprimeva tutta la sua tensione sul volante.

«E comunque “Miss” va bene come nome»

dissi abbassando gli occhiali scuri sul naso e distendendo le gambe sul cruscotto.

«E se dovete fare una qualsiasi domanda che sia adesso o mai più, mi annoiano le domande.»

Seguì ancora silenzio prima che uno dei due dicesse la cosa più ovvia e che già avevo previsto preparandone la risposta:

«Miss…»

titubò il guidatore come se pronunciarlo gli facesse troppo strano,

«Ma…io non ho niente dietro, ne cambio, ne vestiti puliti.»

«Puoi anche girare nudo, non mi importa vedere il tuo affarino penzolante.»

risposi con disinteresse senza neanche guardarli. Stavo pian piano tornando me stessa e vedevo che anche il mio linguaggio stava mutando insieme ad i miei pensieri.

Arrivati all’ingresso della mia piccola villetta scesi lasciando i bagagli ai miei ragazzi. Camminai rapida per anticiparli gustandomi da sola con distacco quei due uomini già al mio servizio. Aprii la porta facendo entrare in essa l’aroma di peccato che avevo portato dal mio viaggio poi mi voltai di nuovo per vedere a che punto fossero i miei ignari peccatori.

«Toglietevi le scarpe prima di entrare.»

ordinai mentre varcando la soglia toglievo i miei tacchi anche se per ben altra ragione. Camminai verso la sala e mi buttai nella poltrona di pelle rossa mentre i due uomini sulle mie ombre eseguivano i miei voleri. Agitai i miei piedini coperti solo dalle calze attirando l’attenzione dei due inutili esseri che educatamente si stavano ancora togliendo le scarpe.

«Forza, i miei piedi reclamano un massaggio.»

palesai loro visto che il mio gesto non era abbastanza eloquente. I due fecero qualche passo prima che la mia voce li facesse sobbalzare.

«A quattro zampe.»

ordinai decisa ad imprimere già da subito le basi. I due si guardarono cercando confronto l’uno sull’altro. Vedendo che non si muovevano decisi di avvicinarmi a loro e chiarire ancora una volta le cose. Mi avvicinai calma ed elegante, una gatta che non vuole spaventare la sua preda, i movimenti sinuosi del mio corpo chiamavano eccitazione, le parole che avrei detto gli avrebbero messo paura. Era questa la chiave giusta dei miei piani: l’eccitazione li avrebbe spinti a continuare, la paura ad obbedire.

Accarezzai il viso di Marco lievemente mentre i miei occhi accarezzavano Luca coccolando le mie parole ferme.

«Io chiamo, voi venite. Io chiedo, voi esaudite. Io mi arrabbio e voi subite.»

terminai con un tono più duro.

«Ho detto che devo licenziare uno dei due, questo non vuol dire che non lo possa fare con entrambi. Trovare un sostituto decisamente più accomodante di voi non è un problema.»

Parlai chiara, semplice, a poco spazio dai loro corpi. Quasi potei sentirli fremere di tutto questo; i respiri corti, i battiti accelerati erano per me una droga, una forte, una che accendeva tutte le mie voglie ma che nei lunghi tempi di astinenza avevo imparato a controllare.

Mi allontanai camminando lentamente diretta di nuovo alla poltrona, ancheggiai sottolineando ogni passo e a metà del mio percorso, senza nemmeno guardarli, ripetei:

«Raggiungetemi gattonando.»

Senza verificarne l’esecuzione continuai verso la poltrona e solo quando mi voltai per sedermi, ammirai le due figure a quattro zampe avanzare lentamente verso di me. Alzai di nuovo i piedi e questa volta vennero accolti dalle mani dei due ragazzi, uno per uno, senza discriminazioni. Le loro dita scorrevano massaggiando le piante, cercavano di copiare i movimenti anche se la differenza tra i due massaggi era netta.

Ritrassi prima un piede e poi l’altro liberando entrambi dalle calze, poi li rimisi nelle loro mani spingendoli verso i loro visi.

«Aprite bene la boccuccia.»

dissi schiudendo la bocca come a fargliela imitare e poi passai sulle loro labbra le dita dei miei piedini. Insinuai l’alluce fin dentro le loro bocche e non mi stupii poi molto quando sentii le loro lingue accompagnare il movimento. Si erano finalmente arresi? Avevano capito? Forse era il caso di mettere fine a tutti i preliminari.

Scesi di nuovo con i piedi a terra e mi incamminai senza proferire parola. Il tempo di arrivare all’ingresso e li sentii dietro di me, sentii le ginocchia risuonare del parquet, tanti piccoli tonfi ritmati che si avvicinavano. Rallentai sulle scale che portavano al piano di sopra per dare loro modo di poterle percorrere ancora in quella posizione.

Scalino dopo scalino le loro ginocchia sbattevano suonando quella melodia di sofferenza che aumentava il mio piacere. Sapevo che stavano cominciando a cedere, che la loro pelle sentiva gli acciacchi della prolungata pressione, anche se dalle loro bocche non usciva nessun suono. Ancora.

Arrivammo al piano di sopra e li indirizzai verso la mia camera. Aspettai che entrambi varcassero la soglia e poi avvicinandomi ai piedi del mio letto lo alzai svelando ai loro occhi tutto quello che il grande contenitore matrimoniale nascondeva.

Anni di acquisti ma soprattutto regali di amici ed ex sottomessi riempivano il vano. Non avevi un dungeon nella mia casa, perché la mia intera casa era un dungeon.

«Adesso avete capito che faccio sul serio?»

Dissi ai loro occhi increduli.

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